Stefano Signorini

Fotografo

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UN BANCO OTTICO STENOPEICO - Foto dal foro

Con poca spesa è possibile realizzare splendide immagini "tutto a fuoco". Ma ci vuole passione e impegno. Ecco l’idea di Stefano Signorini, un artista del bricolage fotografico.

Molti fotografi sentono spesso l’esigenza di ottenere immagini caratterizzate da un’estesissima profondità di campo, soprattutto nel campo della fotografia naturalistica o delle riprese creative.
Per ampliare il margine della timidezza l’operazione più immediata ed istintiva è quella di chiudere al massimo il diaframma dell’obbiettivo, condizioni di luce permettendo. Talvolta, però, ciò non basta ad ottenere una profondità di campo soddisfacente, in particolare operando a distanza ravvicinata.
Ciò accade perché, a parità di lunghezza focale dell’obiettivo e diaframma impostato, la profondità di campo varia proprio in funzione della distanza intercorrente tra la pellicola e il soggetto: minore è tale misura, meno profonda risulta la zona nitida prima ed dopo il piano di messa a fuoco.

Il problema

Quello della profondità di campo super-estesa è diventato il "problema" di Stefano Signorini, esperto di far da sé fotografico, oltre che vecchia conoscenza di fotografare.
"La mia intenzione - ci ha scritto Signorini - era quella di realizzare una modifica che rendesse una delle mie macchine fotografiche (una Linhof Technica 70 con dorso 6x9 e obbiettivo grandangolare Schneider Super Angulon 47mm) in grado di ottenere la massima profondità di campo: praticamente, dalla lente frontale sino all’infinito.
Nonostante il basculaggio del dorso e il diaframma chiuso f/22 (valore minimo consentito) la profondità di campo non era sufficiente a soddisfare le mie esigenze. Non mi rimaneva altra scelta se non quella di costruire un diaframma molto più piccolo, in pratica un foro stenopeico (in inglese pinhole) da utilizzare al posto di quello in dotazione. E mi sono messo all‘opera.
Per prima cosa ho praticato un forellino del diametro di 0,4mm su un lamierino molto sottile e poi l’ho incollato al centro di un dischetto di cartoncino nero. In seguito ho inserito in tutto all’interno dell’obbiettivo, a contatto con il diaframma originario".
Il sistema proposto da Signorini, pur se "dedicato" ad una Linhof Tecnica, è sostanzialmente applicabile a qualsiasi macchina fotografica.

La soluzione

Pinhole (in inglese vuol dire foro di spillo) e foro stenopeico (in greco significa foro piccolissimo) sono sinonimi di diaframma puntiforme. "La soluzione da me descritta - seguita SIGNORINI - non è da confondere con la fotografia stenopeica classica nella quale la fotocamera, munita del solo foro stenopeico, (di fronte alla pellicola, in luogo dell’obiettivo), genera immagini piuttosto flou e caratterizzate da un cromatismo che ben si presta ad applicazioni di tipo sperimentale e creativo.
La tecnica da me proposta è spesso utilizzata nella ripresa di plastici architettonici (posti ad esempio su fondali dipinti che danno l’impressione di un panorama naturale), dove occorre disporre di una grandissima profondità di campo e un punto di ripresa estremamente ravvicinato al primo piano.
Per la costruzione è necessario, oltre ad un lamierino sottile (una lamella di un vecchio diaframma è l’ideale), cartoncino nero, forbici, colla, carta vetrata sottile, compasso, uno spillo e un trapano con punta da 0,4/0,5mm. Consiglio di chiedere la lamella ad un amico fotoriparatore... e certamente non smontarla dal nostro obiettivo! Altrimenti andrà bene anche il lamierino ritagliato da una lattina qualsiasi.
Prima di tutto si deve forare la lamella con una punta di un trapano. Consiglio di praticare preventivamente nella stessa un “invito” con la punta di uno spillo o di un chiodino sottile, in modo da facilitare l’inizio della perforazione senza esercitare molta pressione sulla punta che rischierebbe di rompersi. La precisione del foro è determinante per la qualità dell’immagine finale. Io ho utilizzato della carta vetrata finissima (quella usata dai carrozzieri va bene) per eliminare eventuali slabbrature sui bordi del forellino.
Si deve poi ritagliare un dischetto di cartoncino del diametro di circa 2cm e praticare un foro al centro del cartone. Da un lato si incollerà poi la lamella forata, facendo in modo che i due fori risultino coassiali.
E importante evitare di toccare il forellino con le mani perchè anche la minima sporcizia, anche non visibile ad occhio nudo, depositandosi sul forellino potrebbe compromettere la nitidezza dell’immagine finale.
Dopo aver tolto il gruppo ottico posteriore dall’obiettivo si inserisce il diaframma stenopeico all‘interno del barilotto in modo da posizionarlo a contatto con la piastra di supporto del diaframma.
Per non rischiare di danneggiare il meccanismo durante l’operazione è meglio impostare la minima apertura, e magari bloccare la ghiera con unA striscia di nastro adesivo.
Per realizzare le immagini che vi invio ho anche costruito un mini treppiede, utilizzando delle barrette metalliche, in modo da mantenere la fotocamera a livello del suolo ed un po’ inclinata verso il basso".

L’inquadratura

"Dopo aver modificato la fotocamera nel modo descritto - prosegue Signorini - non si potrà comporre l’inquadratura attraverso il vetro smerigliato, a causa della ridottissima luminosità dell’obiettivo diaframmato.
Per inquadrare in modo preciso è necessario smontare temporaneamente il diaframma stenopeico ed osservare l’immagine attraverso il vetro smerigliato, facendo attenzione a non muovere la fotocamera.
Si tratta di un operazione un po’ macchinosa, che comunque dovremo effettuare almeno una volta per valutare l’esatta inquadratura.
Nell’impiego pratico, per sfruttare al meglio la profondità di campo, ho sempre cercato di inquadrare un soggetto in primo piano, molto vicino alla lente frontale, ed è per tale motivo che ho sempre mantenuto la fotocamera a livello del suolo".

L’esposizione

"Per le immagini pubblicate in queste pagine ho sempre utilizzato pellicola per diapositive Fuji Velvia da 50 IS0 ed il calcolo dell’esposizione mi ha creato qualche piccolo problema. Innanzitutto ho calcolato il valore teorico del diaframma stenopeico inserito all’interno Dell’obiettivo utilizzando la seguente formula:
f = lunghezza focale / diametro
diaframma = 47/ 0,4 =f / 117,5

Naturalmente è il caso di arrotondare f/117,5 al valore convenzionale più vicino e cioè f/128. Questo valore è, in ogni caso, solo teorico e si riferisce all’ effettivo rapporto tra focale e diametro del diaframma trascurando altri fattori che però devono essere considerati per ottenere una corretta esposizione.
Ad esempio, va tenuto conto del fatto che la sensibilità effettiva della pellicola non è costante. Questa caratteristica delle emulsioni viene definita "difetto di reciprocità" o effetto Swartzschild e si manifesta con la riduzione della sensibilità effettiva per esposizioni, in genere, più lunghe di un secondo o più brevi di 1/10000secì.
Ad esempio, se l‘esposimetro indica un tempo di 2 secondi, per ottenere una corretta riproduzione della scala tonale dovremmo esporre per circa 4 secondi. Per esposizioni ancora più lunghe, il fattore di correzione può essere maggiore (ad esempio 4x, per cui se l’esposimetro suggerisce dieci secondi di esposizione, sarà bene esporre per quaranta): ma è un valore che varia di pellicola in pellicola e in assenza di indicazioni del fabbricante è consigliabile effettuare qualche scatto sperimentale.
Torniamo al nostro diaframma stenopeico che, come abbiamo visto, corrisponde al valore approssimativo di f/128. Fotografando in un giorno di sole, con una pellicola da 50 Iso, l’esposimetro esterno potrebbe indicare un tempo di posa di 1 secondo; in pratica però, per essere sicuri del risultato, ci converrà eseguire una serie di esposizioni scalate a 2 e 4 secondi.
Per semplificare le operazioni ho eseguito il calcolo dell’esposizione come se stessi usando un diaframma f/180 ossia più chiuso rispetto a quello impostato sulla ghiera. Per fare questi calcoli con un po’ di agilità sarà meglio ripassare la scala dei valori di diaframma:
f/1, f/1.4, f/2, f/2.8, f/4, f/5.6, f/8, f/11, f/16, f/22, f/32, f/45, f/64, f/90, f/128, f/180, f/256, f/360, f/500, ecc."

Prova sul campo

L’attrezzatura da me impiegata ha un peso ed un ingombro tali che ne rendono piuttosto scomodo sia il trasporto che l’utilizzo pratico.
Se poi, come ho fatto io, si vuol fotografare all’aria aperta, bisogna fare i conti con un nemico fastidioso: il vento.
Infatti, anche quando la giornata sembra tranquillissima sotto il profilo meteorologico, c’è sempre qualche fiorellino o qualche ramoscello che, quasi per magia, oscilla sospinto da una brezza sottilissima e impercettibile, ma sufficiente a farlo risultare mosso sul fotogramma. Non ci resta che attendere fiduciosi, e armarsi di una buona dose di pazienza!"

ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA FOTOGRAFARE DI OTTOBRE 1998

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